lunedì 22 luglio 2013

MANGIA PREGA AMA


Il ricordo del film risale a qualche anno fa.
Prima del film, ero a Napoli in compagnia di un buon amico campano che mi ha portato in una pizzeria dove, da sola, non sarei mai entrata. Da fuori sembra una bettola sporca, e non è che "Da Michele" sia veramente pulito, ma buona, buonissima la pizza che fa. Alle parete stava appesa la locandina di un film con Julia Roberts.
E' della pizzeria che mi sono ricordata quando ho visto, tempo dopo, il film; ed è del film che mi sono ricordata quando, tempo dopo, ho trovato il libro di Elizabeth Gilbert sul bordo di un tavolino, al centro di un salotto dove stavo trascorrendo il pomeriggio a chiacchierare in buona compagnia.
E' un libro che stava viaggiando di mano in mano: il legittimo proprietario non era nemmeno presente il pomeriggio in cui a mia volta l'ho preso in prestito, e ora me lo porto dietro in viaggio.



UNA NOTTE LIZ SI TROVA A PREGARE RANNICCHIATA SUL PAVIMENTO DEL BAGNO, perché si rende conto chiaramente di non poter più andare avanti a vivere con il marito di cui non è più innamorata.
Ma il matrimonio è solo la punta di un'insoddisfazione più profonda, radicata in uno stile di vita in cui non si riconosce più. Capita a volte di non trovare più il senso di quello che si sta facendo; il più delle volte sono momenti passeggeri, ma quando ci si ritrova a piangere troppo spesso dicendo a se stessi che non si sa bene nemmeno il perché, quello è essere infelicemente insoddisfatti. E non si è insoddisfatti di una cosa in particolare, o non ci si ritroverebbe a piangere nel bagno nel cuore della notte con una persona che dorme nella stanza accanto; il più delle volte, si è insoddisfatti di se stessi e delle proprie scelte.

ORA, IL DIFFICILE QUANDO SI E' IN CRISI PER LE SCELTE FATTE, E' SCEGLIERE COSA FARE.

Liz ha la possibilità di trascorrere un intero anno all'estero, in tre diversi Paesi, e parte nella delicata fase dove non ha ancora elaborato la fine del matrimonio che già si trova ad elaborare il lutto per la perdita del grande amore in cui si è buttata durante la
pratica del divorzio, credo per l'incapacità di stare sola.



E' un'autobiografia,
il racconto di un viaggio esistenziale in tre tappe:

In Italia - MANGIA - è il mantra
la ricerca del piacere attraverso la buona tavola,
perché la riscoperta dei piccoli piaceri porti ad apprezzare di nuovo la vita;

In India - PREGA - è la regola
per la quotidiana ricerca di un equilibrio interiore,
per ritrovare alla fine se stessi e la propria dimensione, dopo che ci si è persi;

In Indonesia - AMA - è la possibilità
che ci si ridà dopo il dolore e la perdita,
perché la vita e il suo significato stanno in questo e nient'altro.


Un amico scettico non ha voluto nemmeno vedere il film, e già dal titolo l'ha etichettato:
"Un viaggio spirituale come solo gli americani sanno fare".

Quello che mi è più difficile fare trattandosi di un'autobiografia è scindere il libro dall'esperienza ...


giovedì 18 luglio 2013

L'ultima fuggitiva


Nel romanzo di Tracy Chevalier ho trovato esattamente quello che cercavo: EVASIONE.


Romanzo storico ambientato nell'America del 1850, Fatico a chiamarlo romanzo storico: associo il termine a qualcosa di più impegnativo; e non mi riferisco solamente all'attenzione richiesta per affrontarlo.
Cercavo una trama alla Jane Austen o alla Bronte. un romanzo inglese con un impianto ottocentesco che scorresse via. E' con il desiderio di evadere per un po' e avventurarmi in qualcosa di molto leggero che mi sono imbattuta nell'ultima fuggitiva.

Attirata dal periodo dello schiavismo, dall'America di contraddizioni e rivoluzioni di costumi, incontro Honor, personaggio a cui non riesco mai, nemmeno per un istante, ad affezionarmi.
Il romanzo parte bene: la traversata delle due sorelle dall'Inghilterra al Nuovo Mondo, con Grace che va incontro ad un matrimonio e trova la morte, lasciando la sorella sola ad affrontare un ambiente nuovo che con quello più familiare ha una sola cosa in comune: una donna, sola, non ci deve stare.

Poi appaiono alcuni elementi Harmony-Pilcher-style: il corteggiamento con un uomo valido che ha una famiglia insopportabile alle spalle, il conflitto tra la fedeltà ad un marito che si dimostrerà migliore di come appare e un uomo dall'aspetto rude che conquista una fetta di cuore della bella (anche se non ci è dato sapere se lo fosse per davvero, ma il genere lo esige), una bambina nata poco desiderata di cui scopre poi di non poter fare a meno, la morte del papabile amante e la riconciliazione con il compagno di vita. Il tutto ha come sfondo lo schiavismo, ed ognuno ha un suo ruolo nel meccanismo: lei aiuta gli schiavi a fuggire, lui prima si oppone e poi si riscatta, l'altro li caccia. Col fucile.

Non l'ho trovato così brutto quando l'ho letto, ma stamattina fa caldo, sono particolarmente insofferente, e anche se sarei curiosa di poter sapere se il mio parere sul libro a caldo sarebbe molto diverso da quello di adesso, a più di un mese di distanza, mi terrò il dubbio e continuerò a leggere. Altro.
Ora, come possa l'autrice essere la stessa de "La ragazza con l'orecchino di perla" lo scoprirò leggendolo, perché il film era grazioso (se fossi il regista m'incazzerei).
Prima volta che mi sbizzarisco nei post con colori e grandezze di caratteri, e sono stata tentata dal colorare le parole di rosa e lilla: ora, un libro che da metà in poi annoia, è noioso anche da raccontare, almeno per oggi. E vista la frivolezza dell'argomento, non c'è modo migliore che, vista la mancanza di contenuto, curarne la forma.









mercoledì 17 luglio 2013

Le ceneri di Angela


So che è stato tratto un film dal libro, e farò di tutto per non vederlo. Quando il libro piace tanto, la trasposizione cinematografica raramente non delude, e non voglio rovinarmi la scoperta di questo libro che, a differenza di altri, ho letto su consiglio, per passaparola. "Leggilo. Lo hanno consigliato anche a me. Ti piacerà.". E mi ha colpito così tanto la scrittura di Frank McCourt da farmi abbandonare fin dall'incipit il mio scetticismo, che è rimasto tutto il tempo imbronciato in poltrona, mentre mi gustavo lo stile fresco di un libro che ho faticato a convincermi a leggere e che ho faticato poi a lasciare andare.


Io non immaginavo che avrei preso coscienza della condizione irlandese dagli anni '30 agli anni '50 nel giugno del 2013, ascoltando Frank che mi racconta pari pari la storia sua e della sua famiglia. Nato a New York da genitori irlandesi che decidono, quando lui ha 4 anni e i suoi fratelli meno, di tornarsene in Irlanda perché il sogno americano nessuno dei due l'aveva toccato con mano, Frank sbobina i ricordi come fossero la pellicola di una cinepresa.
La povertà è un concetto diverso dalla miseria. La miseria non l'avevo mai associata all'Irlanda, prima. Io l'Irlanda l'ho vista: verde, ventosa, desolata; la terra europea più desolata che abbia mai visto; malinconica eppure gentile. Non c'è gentilezza però nella storia d'Irlanda, così dura che viene da pensare che anche i principi cattolici così rigidamente incombenti non fossero solo una reazione al protestantesimo anglosassone ma, ben lontani dalla fede, fossero più un'ancora di salvezza, così pesante però da diventare più che un salvagente uno scoglio contro cui infrangersi.
Sono cresciuta sentendo raccontare qualche storia di bambini morti troppo presto ai tempi dei trisnonni; quelli delle cascine raccontate da Olmi, quelli di contadini che la fame l'avevano conosciuta. Ma la fame io non l'ho mai provata. La fame come la racconta Frank non l'avevo neanche mai immaginata.
Ho dovuto interrompere due volte la lettura del libro, perché il susseguirsi di bambini nati e morti, la assoluta convivenza tra dolore e noncuranza mi aveva creato un senso di nausea. Come fosse possibile tanta indifferenza di fronte alla perdita, alla miseria, a padri alcolisti inesistenti che letteralmente si bevono la paga accanto ai figli che muoiono per malnutrizione e per condizioni igieniche che fanno rabbrividire, come fosse possibile che nessuno facesse niente non riuscivo proprio a sopportarlo.
E' che la miseria ti entra dentro, ed è la vita a diventare miserabile. Il concetto di buono e cattivo, nonostante la religione lo applicasse a qualunque cosa, perde di significato quando è tutto ad essere sbagliato.
Frank ha dei lampi a rischiarare la sua vita, e quasi tutti hanno a che fare con l'amore per la lettura, ma non sono mai lampi salvifici, attanagliato com'è dal pantano. Da quando inizia a lavorare inizia anche a risparmiare per uscirne, perché l'unica via di fuga da una vita che sembra non averne è la nave che lo riporterà in America.
Mi piacerebbe aggiungere "dove tutto è cominciato" ma non è lì che tutto è iniziato: tutto è cominciato in Irlanda, e in Irlanda finisce, perché Frank torna a scriverne delle ceneri di Angela, di una vita dove sembra che la madre sia protagonista, e lo è, tutto sommato; lei come tutti gli altri visti con gli occhi di Frank bambino, tutti protagonisti passivi di una vita bruciata di cui addosso ti restano solo le ceneri. E le ceneri, si sa, sono dolore portato via dal vento.
La parola "cenere" compare una sola volta in tutto il libro, verso la fine. Avrei voluto segnarmi il passaggio per poi rileggermelo, ma non avevo voglia di fermarmi, di interrompere la lettura, e ora non riesco più a ritrovarlo; mi rimane l'immagine vaga di un bambino che chiede qualcosa alla madre, qualcosa che potrebbe portare cambiamento, e poi la madre, uno zoom su di lei, sul mezzo busto che torna a girarsi indietro, e il primo piano su di un sorriso che è un no, gli occhi rivolti alle ceneri del camino.
Mi ha deluso all'inizio il finale: lui, poco prima di approdare a New York, che passa la sera coi compagni di traversata in compagnia di alcune donne. C'è anche un prete, anche lui irlandese, intento ad ammonire, ad indicare la via giusta da seguire; un prete che più nessuno, nemmeno Frank, ascolta, libero da ogni senso di colpa.
Sapete che ho letto tutto il libro senza rendermi conto che fosse un'autobiografia? Potrei provare un po' di imbarazzo ad ammettere di averle lette tutte, quelle trecento pagine e passa, senza accorgermi che il nome del protagonista coincideva con quello dello scrittore. Ed è chi me l'ha consigliato che mi ha detto: "Guarda che è proprio lui. E' la sua vita". E lì mi sono accorta che è successa una di quelle cose che accade quando non puoi credere a qualcosa, perché ti sembra incredibile che sia proprio così. Invece è tutto vero.





martedì 16 luglio 2013

Nessuno sa di noi


Sarà che sento addosso la pressione di dover restituire il prima possibile i libri della biblioteca già al secondo rinnovo, sarà che lugliocolbenechetivoglio mi chiama a sè, l'essere in vacanza, i ritmi più lenti, il potermi godere la colazione al mattino, mi fanno desiderare la scrittura tanto quanto la spremuta d'arancia di Starbucks.

Ma Nessuno sa di noi ...

Simona Sparaco è finalista al Premio Strega 2013. Veniva pubblicizzata così, come fosse questo ad attirare il lettore, e sì, ogni tanto ci si chiede forse chi li vince questi concorsi, e nasce la curiosità di tastare con mano la qualità dei considerati migliori.

Ma questa volta, a colpirmi, la trama. E la lettura del primo capitolo:
una coppia giovane in attesa del primo figlio che si trova seduta nella sala d'aspetto in attesa di una visita.
Bello il ritmo della parole, i pensieri, la suspense da thriller che Simona riesce a far colare dalle pagine insieme all'inchiostro. Ma forse i libri non si scrivono più a mano, nemmeno alla prima stesura, e la suspense qualche volta viene meno.
Dopotutto non è un thriller, e l'attesa lascia il posto a domande diverse: di fronte alla situazione che vivono i protagonisti, io cosa farei? A volte capita di sentirsi certi delle proprie posizioni, finché non si vive qualcosa di anche solo lontanamente simile, ed ecco che si fa strada un modo diverso di guardare alla cosa.
Si pensa spesso che l'esperienza porti a cambiare idea, ma non sono i fatti a portare a modificare il proprio pensiero; sono i vissuti inaspettati che i fatti fanno scattare come bombe ad orologeria; leve che non sapevamo di avere che vengono premute e ci catapultano in un "noi" altro da come ci siamo sempre percepiti. E' l'essere sicuri di essere in un modo, di avere le idee ben chiare, e poi, d'un tratto, non esserlo più. Arrivare ad essere sicuri del contrario perché in nessun ragionamento, fino a quel momento, si è potuto prendere in considerazione quello che avremmo davvero provato una volta lì. Ed è un lì, quello che fronteggiano Luce e Pietro, da cui non si torna indietro.

La distanza siderale che si crea tra i due personaggi fa male, perché può succedere a chiunque: tanto più si sente vicina una persona, tanto più ci si sente smarriti quando d'un tratto ci si sente un universo a sè, senza possibilità di comunicare con l'altro.

E quando nessuno sa di noi, l'essere gli unici a conoscere la verità diventa schiacciante.
La condivisione è salvezza.




lunedì 15 luglio 2013

La saggezza della Contea



E' da più di un mese che non scrivo, ma non è passato un giorno senza che io abbia letto, e ora mi ritrovo sul tavolo, accanto al computer, quattro libri impilati.
Mi dispiace non aver rispettato l'ordine cronologico in cui li ho incontrati, perché riguardando questo blog a fine anno potrò ricordare la quotidianità che è corsa parallela alle pagine. Ma forse, più che il singolo momento, è il periodo di vita che i libri accompagnano.
E mi preme sconsigliarvene uno, perché non siate tentati, anche solo per curiosità, di sfogliarlo.


Difficile che io sia così dura con un libro, ma correrò il rischio di sbagliarmi e di essere superficiale, di non aver capito gli intenti più profondi di Noble Smith, ma di saggezza, ne "La saggezza della Contea", ne ho vista ben poca.
La "Breve guida per una lunga vita felice" crea un parallelismo tra la società contemporanea e il mondo così descritto da Tolkien, più ne "Lo Hobbit" che ne "Il Signore degli anelli". L'autore si identifica con un Hobbit, un'identificazione non letteraria; si sente tale: un hobbit mancato. Lo prende a modello per una vita sana e rispettosa di principi che giudica alla base di una società più equa e felice, ma non c'è saggezza in una sfilza di banali luoghi comuni. E' il parallelismo in sè che non regge: ho adorato il mondo creato da Tolkien, ma Smith non è ironico come un hobbit sarebbe, non si muove leggero; da' consigli che lasciano di stucco, mettendo ancora più in evidenza il divario tra la serietà con cui prende l'operazione di migliorare la vita seguendo consigli semplici e pratici con la superficialità con cui analizza "valori senza tempo", come riporta la quarta di copertina, senza mantenere la promessa che il lettore avrebbe trovato la celebrazione "divertente". Mai riso.

L'ho letto tutto, e sempre con la stessa epressione incredula, fino alla fine, perché i libri piacciono, non piacciono, annoiano, penetrano, infastidiscono... l'ho letto tutto, fino alla fine, per trovare un senso, per annoverarlo tra i testi di saggistica mal scritti, tra le guide new-age per appassionati di genere, ma mi sono convinta che la ricerca di senso era inutile. L'unico aspetto positivo è che la "Breve guida per una lunga vita felice" è che la guida è davvero breve, e che la vita lunga e felice la possiamo avere benissimo senza leggerlo.
Se la preoccupazione di autore ed editore era che i tempi non fossero ancora maturi per un libro del genere, posso tranquillamente rassicurarli, togliendo loro ogni dubbio ...