martedì 16 luglio 2013

Nessuno sa di noi


Sarà che sento addosso la pressione di dover restituire il prima possibile i libri della biblioteca già al secondo rinnovo, sarà che lugliocolbenechetivoglio mi chiama a sè, l'essere in vacanza, i ritmi più lenti, il potermi godere la colazione al mattino, mi fanno desiderare la scrittura tanto quanto la spremuta d'arancia di Starbucks.

Ma Nessuno sa di noi ...

Simona Sparaco è finalista al Premio Strega 2013. Veniva pubblicizzata così, come fosse questo ad attirare il lettore, e sì, ogni tanto ci si chiede forse chi li vince questi concorsi, e nasce la curiosità di tastare con mano la qualità dei considerati migliori.

Ma questa volta, a colpirmi, la trama. E la lettura del primo capitolo:
una coppia giovane in attesa del primo figlio che si trova seduta nella sala d'aspetto in attesa di una visita.
Bello il ritmo della parole, i pensieri, la suspense da thriller che Simona riesce a far colare dalle pagine insieme all'inchiostro. Ma forse i libri non si scrivono più a mano, nemmeno alla prima stesura, e la suspense qualche volta viene meno.
Dopotutto non è un thriller, e l'attesa lascia il posto a domande diverse: di fronte alla situazione che vivono i protagonisti, io cosa farei? A volte capita di sentirsi certi delle proprie posizioni, finché non si vive qualcosa di anche solo lontanamente simile, ed ecco che si fa strada un modo diverso di guardare alla cosa.
Si pensa spesso che l'esperienza porti a cambiare idea, ma non sono i fatti a portare a modificare il proprio pensiero; sono i vissuti inaspettati che i fatti fanno scattare come bombe ad orologeria; leve che non sapevamo di avere che vengono premute e ci catapultano in un "noi" altro da come ci siamo sempre percepiti. E' l'essere sicuri di essere in un modo, di avere le idee ben chiare, e poi, d'un tratto, non esserlo più. Arrivare ad essere sicuri del contrario perché in nessun ragionamento, fino a quel momento, si è potuto prendere in considerazione quello che avremmo davvero provato una volta lì. Ed è un lì, quello che fronteggiano Luce e Pietro, da cui non si torna indietro.

La distanza siderale che si crea tra i due personaggi fa male, perché può succedere a chiunque: tanto più si sente vicina una persona, tanto più ci si sente smarriti quando d'un tratto ci si sente un universo a sè, senza possibilità di comunicare con l'altro.

E quando nessuno sa di noi, l'essere gli unici a conoscere la verità diventa schiacciante.
La condivisione è salvezza.




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